La sentenza della Cassazione n. 1195/2026 affronta il tema del demansionamento lavorativo, in particolare analizzando gli aspetti legali relativi alla sua qualificazione, alla prova dell’impoverimento professionale e alla quantificazione del danno risarcitorio.
**Contesto e principi generali**
Il demansionamento consiste nella modifica delle mansioni di un lavoratore, riducendo le sue responsabilità, qualifiche o livello retributivo rispetto a quanto previsto dal contratto di lavoro o dal precedente inquadramento. La legge e la giurisprudenza riconoscono che un demansionamento può integrare una fattispecie di illecito, qualificabile come mobbing o come violazione del diritto alla dignità professionale.
**Impoverimento del bagaglio professionale e visibilità**
La Corte evidenzia che l’impoverimento del bagaglio professionale del lavoratore si configura quando il demansionamento comporta una diminuzione significativa delle proprie competenze, capacità e prospettive di sviluppo professionale. La "visibilità del demansionamento" si riferisce alla necessità di dimostrare che tale modifica delle mansioni sia stata percepibile e riconosciuta anche dall’esterno, contribuendo così a riconoscere la lesione del diritto del lavoratore.
**Prova del demansionamento**
Perché il demansionamento sia riconosciuto illegittimo, il lavoratore deve dimostrare:
- La modifica delle mansioni rispetto all’inquadramento originario o rispetto alle mansioni precedentemente svolte.
- La natura demansionante delle nuove mansioni, ovvero che queste siano di livello inferiore o comunque meno qualificanti.
- La conseguente diminuzione del livello professionale e/o economico.
- La volontarietà o meno dell’atto datoriale, nel caso di mobbing o comportamento vessatorio.
**Quantificazione del danno: liquidazione equitativa**
Nel caso in cui non sia possibile determinare con precisione il danno patrimoniale subito, la Corte autorizza la liquidazione equitativa, che può essere effettuata applicando una percentuale sulla retribuzione del lavoratore. Nella fattispecie in esame, si riconosce un risarcimento pari al 30% della retribuzione, ritenendo tale somma adeguata a rappresentare l’impoverimento subito e la visibilità del demansionamento.
**Conclusioni**
La sentenza sottolinea che:
- L’impoverimento del bagaglio professionale e la visibilità del demansionamento sono elementi fondamentali per qualificare il comportamento datoriale come illecito.
- La prova può essere articolata e richiede un’attenta valutazione delle mansioni svolte, delle modifiche intervenute e del livello professionale pre- e post demansionamento.
- In assenza di prova certa, si può ricorrere a una liquidazione equitativa, che nel caso specifico si traduce in un’indennità pari al 30% della retribuzione.
**Implicatione pratica**
I lavoratori che si ritrovano in condizioni di demansionamento devono documentare accuratamente le modifiche alle mansioni e le ripercussioni sulla propria professionalità, mentre i datori di lavoro devono garantire la corretta inquadratura e tutela del livello professionale del personale. La giurisprudenza, come quella espressa dalla Cassazione, tende a tutelare il lavoratore riconoscendo risarcimenti proporzionati alla gravità e alla visibilità del demansionamento subito.
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