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05 novembre 2025

Cassazione 2025 – Il testo della sentenza fornisce un approfondimento sul tema del risarcimento del danno subito dal lavoratore in caso di demansionamento, ossia quando al dipendente vengono attribuite mansioni inferiori rispetto alle sue qualifiche e competenze professionali. La questione centrale riguarda la possibilità di ottenere un risarcimento, riconoscendo che tale comportamento può arrecare un danno alla sfera professionale e personale del lavoratore.

 


 

Cassazione 2025 – Il testo della sentenza fornisce un approfondimento sul tema del risarcimento del danno subito dal lavoratore in caso di demansionamento, ossia quando al dipendente vengono attribuite mansioni inferiori rispetto alle sue qualifiche e competenze professionali. La questione centrale riguarda la possibilità di ottenere un risarcimento, riconoscendo che tale comportamento può arrecare un danno alla sfera professionale e personale del lavoratore.

Principio di diritto e recentissima giurisprudenza

La Corte di Cassazione, con la sentenza di riferimento (n. xxxx del xx agosto 2025), ha enunciato un principio importante: il demansionamento può integrare un danno risarcibile. Questa affermazione rappresenta un’evoluzione rispetto a un precedente più restrittivo, riconoscendo che il danno non è automatico, ma deve essere dimostrato dal lavoratore sulla base di elementi concreti e giuridicamente rilevanti.

Caso pratico e fatti di causa

Il caso esaminato riguarda un lavoratore con 26 anni di esperienza nel settore delle Risorse Umane, trasferito nel 2009 in un settore diverso (informatica) a seguito di una riorganizzazione aziendale. Il trasferimento comportava l’assegnazione di mansioni di scarso contenuto, non pertinenti alla sua professionalità, e senza formazione adeguata nel nuovo settore. La condizione di demansionamento si manifestava anche in compiti marginali, isolamento e assenza di formazione, elementi che hanno portato il lavoratore a chiedere un risarcimento per il danno professionale subito.

Ruolo della giurisprudenza e prova del danno

La sentenza evidenzia come il giudice di merito (Tribunale e Corte d’appello) abbia correttamente valutato le prove: documenti, testimonianze e comportamenti aziendali, che attestano come le mansioni assegnate fossero incompatibili con il bagaglio professionale del lavoratore. La Cassazione ha confermato questa valutazione, respingendo il ricorso dell’azienda.

In particolare, la Cassazione sottolinea che il danno da demansionamento non si presume automaticamente, ma deve essere comprovato dal lavoratore con elementi concreti, quali:

- la qualità e quantità delle attività svolte;

- la professionalità coinvolta;

- la durata del demansionamento;

- la diversa collocazione lavorativa assunta.

Precedenti giurisprudenziali e principi affermati

Il commento cita inoltre due decisioni fondamentali:

1. Sentenza n. 21/2019: che chiarisce come il danno da demansionamento possa essere dimostrato anche con presunzioni gravi, precise e concordanti, e non esclusivamente con prove dirette.

2. Sentenza n. 34073/2021: che ribadisce che il danno non sorge automaticamente, ma necessita di una dimostrazione coerente e supportata da elementi probatori concreti.

Conclusioni

In sintesi, il commento evidenzia come la giurisprudenza più recente abbia affinato i criteri per il riconoscimento del danno da demansionamento, ponendo l’accento sull’onere della prova per il lavoratore. Il risarcimento è riconoscibile quando si dimostra che le mansioni assegnate sono incompatibili con le competenze maturate e che ciò ha prodotto un effettivo danno, anche in assenza di un danno in re ipsa.

Questo approccio garantisce una maggiore tutela ai lavoratori, evitando che comportamenti aziendali lesivi delle professionalità possano rimanere impuniti senza una adeguata dimostrazione del danno subito.



 

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