Consiglio di Stato 2026 –"Libertà di espressione: Il Consiglio di Stato assolve il poliziotto dalle accuse di offesa a parlamentare sui social"**
Nel recente pronunciamento del Consiglio di Stato, si è stabilito che un poliziotto è legittimato a esprimere commenti su piattaforme social, anche in merito a figure politiche. Questa decisione rappresenta un importante riconoscimento della libertà di espressione, sollevando interrogativi sull'equilibrio tra critica pubblica e responsabilità istituzionale. L’assoluzione del poliziotto pone quindi una riflessione su come le interazioni online possano influire sul dibattito democratico e sulla tutela dei diritti individuali nel contesto del lavoro pubblico.
La recente sentenza n. XXXX del 2026 emessa dal Consiglio di Stato rappresenta un importante richiamo ai principi di libertà di espressione e al bilanciamento diritti e doveri dei pubblici funzionari, in particolare nel contesto dell'utilizzo dei social network. La controversia nasce dalla sanzione disciplinare inflitta a un poliziotto che, attraverso un post su Facebook, ha espresso la propria opinione critica nei confronti di alcuni politici. L'affermazione incriminata, “basta con questi politici che non hanno mai lavorato”, ha portato all’instaurazione di un procedimento disciplinare da parte della questura, culminato in una pena pecuniaria pari a 5/30 dello stipendio.
Il provvedimento disciplinare si fondava sull'asserita violazione dell'art. 13, comma 2, del d.P.R. n. 782/1985 e della Circolare del Dipartimento di Pubblica Sicurezza relativa all’uso corretto dei social media. Tuttavia, il Collegio giudicante, nella sua decisione, ha puntualmente evidenziato come il diritto alla libera manifestazione del pensiero sia garantito dalla Costituzione italiana (art. 21) e da strumenti internazionali come l'articolo 10 della CEDU, il quale protegge le espressioni di opinione anche quando queste risultano critiche nei confronti delle istituzioni, inclusi membri del Parlamento.
Nel valutare il provvedimento disciplinare, il Consiglio di Stato ha messo in luce l'importanza di considerare non solo la necessità di preservare l’immagine e il prestigio delle istituzioni, ma anche di salvaguardare il diritto alla libera espressione degli agenti di polizia, i quali, pur essendo chiamati a mantenere una certa neutralità, non possono essere privati del diritto di critica nei limiti previsti dalla legge.
La Corte Costituzionale ha più volte puntualizzato che la libertà di manifestazione del pensiero non è illimitata e può incontrare restrizioni, soprattutto quando è in gioco il rispetto per determinati beni costituzionalmente protetti. Secondo la giurisprudenza, però, tali limitazioni devono essere applicate con cautela e non devono ledere in modo sproporzionato diritti fondamentali. In questo caso specifico, la Questura aveva invocato il concetto di prestigio delle istituzioni, ma il Consiglio di Stato ha rilevato come la critica legittima e costruttiva possa coesistere con il rispetto delle istituzioni, soprattutto in un contesto democratico.
In precedenti giurisprudenziali, il Consiglio di Stato ha fatto riferimento a sentenze della Corte europea dei diritti dell’uomo, che hanno confermato che le espressioni critiche nei confronti di politici e pubblici ufficiali sono particolarmente tutelate, proprio in virtù dell’essenzialità di un dibattito aperto e vivo nella società democratica. Stralci dei richiami alle decisioni passate, come evidenziato nella motivazione della sentenza n. 5566 del 6 giugno 2023, rafforzano ulteriormente tale posizione, configurando la libertà di espressione come un valore fondamentale da difendere, anche a costo di affrontare le conseguenze di opinioni scomode.
Con il dispositivo finale, il Consiglio di Stato ha accolto l'appello del poliziotto, annullando il provvedimento disciplinare e riconoscendo dunque la legittimità della sua critica. Inoltre, il Ministero dell'Interno e la Questura sono stati condannati a rifondere le spese legali sostenute dal ricorrente, quantificate in € 7.000,00, segno tangibile di una giustizia che non solo ripristina i diritti individuali, ma offre anche un risarcimento per le ingiuste limitazioni subite.
La sentenza in esame riveste un significato rilevante per il settore pubblico e per i diritti dei lavoratori statali, poiché ribadisce l'importanza della libertà di espressione, anche nel contesto di funzioni pubbliche. Sottolinea la necessità di un bilanciamento tra il rispetto per le istituzioni e il diritto di critica, promuovendo un clima di libertà e apertura al dibattito, essenziale in una democrazia sana. In ultima analisi, questo episodio rappresenta un precedente fondamentale che potrebbe influenzare future decisioni riguardanti la disciplina del personale pubblico e l’uso dei social network.
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